Archivio mensile:novembre 2014

[recensione] Le orme (Luigi Bazzoni, 1975)

poster_ormeNegli ultimi giorni non ho più trovato niente di interessante al cinema, ma in compenso ho rivisto questo enigmatico e misconosciuto film. Si tratta di uno dei pochi lavori di Luigi Bazzoni, autore del più noto La donna del lago del 1965 (uno dei primi gialli all’italiana, solo di un paio d’anni successivo alle pionieristiche e brillanti incursioni nel genere di Mario Bava e cinque anni prima dell’esordio di Dario Argento), tratto dal romanzo di Mario Fanelli Las Huellas, anch’esso misterioso poiché irreperibile ovunque (che sia inedito?).

La ragione della scarsa popolarità, anche fra gli appassionati, credo derivi dalla sua difficile classificazione: il suo ritmo lento e ipnotico non rientra nei canoni del thriller, non ci sono omicidi da risolvere come in un giallo, né i mostri o i serial killer di un horror.

In realtà, l’inizio potrebbe far erroneamente pensare a una pellicola di fantascienza: vediamo due astronauti, guidati da uno strano personaggio di nome Blackman (il sempre inquietante Klaus Kinski), che ne abbandonano un terzo a morire in solitudine sulla Luna. Ma è una falsa pista: si tratta di un film nel film, intitolato Sangue sulla Luna e visto anni prima della vera protagonista, che la tormenta con sogni e flash ricorrenti.

kinski_ormeIl misterioso Klaus.

Quest’ultima – la splendida Florinda Bolkan – è una traduttrice di origini portoghesi che vive e lavora a Roma. Proprio a causa di un problema con la consegna di una traduzione, realizza di non ricordare più nulla degli ultimi tre giorni. L’unico indizio è la cartolina stracciata di una località balneare di nome Garma – che nella realtà non esiste: le riprese sono state effettuate a Phaselis in Turchia. Così, non le resta che prendere un aereo…

Con la trama, per evitare ulteriori spoiler, mi fermo qui. L’abilità narrativa del regista sta tutta nel mantenere viva la suspense senza scene adrenaliche o raccapriccianti, ma solo dosando bene i molti dettagli inspiegabili come un puzzle a incastro, fino all’ultimo pezzo dell’angoscioso finale.

bolkan_ormeL’affascinante Florinda.

Per certi versi, sembra di vedere un film di Roman Polanski o David Lynch, anche se Bazzoni è meno morboso del regista polacco e meno onirico di quello statunitense. Un accostamento più adatto, forse, è coi romanzi di Kafka e Murakami: c’è lo stesso realismo quotidiano che però, nei particolari più banali, è sempre pronto a creparsi in pieghe bizzarre e insondabili.

Due note di merito sono per l’ottima colonna sonora di Nicola Piovani e, soprattutto, per l’eccezionale fotografia di Vittorio Storaro (che di lì a poco avrebbe lavorato con Bertolucci e Coppola): in gran parte è merito di quest’ultimo, se le atmosfere del film sono così magnetiche e potenti in ogni frame.

elmi_ormeLa piccola Nicoletta (Elmi: sì, c’è anche lei, l’inquietante bambina rossa dei gialli).

A questo punto, per chi avesse voglia di recuperarlo, è disponibile nell’edizione DVD inglese (sempre in questa lingua, c’è anche completo su youtube: non so se legalmente o meno, quindi non metto il link). Non è una pellicola che metterei tra i migliori dieci titoli italiani degli anni 70 – del resto, è stato un decennio ricchissimo – ma, senza dubbio, per la sua peculiarità merita almeno una visione e una maggiore fama.

Come farsi tradurre a costo zero.

cover_englishCome sarebbe la cover inglese con traduzione letterale del titolo.

Grazie al forum di Writer’s Dream, ho appreso dell’esistenza di questa innovativa piattaforma che permette di trovare – con un po’ di fortuna – traduttori professionali in varie lingue per il proprio romanzo a costo zero.

Dov’è il vantaggio per loro? Semplice: dato che si accollano il rischio di lavorare senza anticipo, fino a 2000 dollari riceveranno il 70% delle royalties su ogni copia venduta, percentuale che in seguito si ridurrà fino al 10%.

Ipotizzando di lanciare un libro italiano sul mercato anglofono o ispanofono, in tal modo non dovrebbe essere difficile raggiungere (o anche superare) l’equivalente di un equo compenso per una traduzione di buon livello.

Per la quale, del resto, è assolutamente necessario un madrelingua. Nel mio caso, avendo vissuto per anni in Galles, parlo inglese quasi come una seconda lingua, ma non me la sentirei di cimentarmi nell’impresa: il rischio è quello di utilizzare molte espressioni corrette nella forma ma che, a un lettore inglese o americano, poi suonino goffe nello stile.

Creare la scheda del proprio romanzo per i traduttori su Babelcube è abbastanza semplice, questa è la mia:

www.babelcube.com/book/il-tuo-posto-nella-ragnatela

Una volta messa online, non resta che attendere eventuali proposte. Oltre all’inglese, non mi dispiacerebbe vedere Il tuo posto nella ragnatela anche in giapponese, essendo piuttosto affine a una light novel nipponica per tematiche e struttura. Purtroppo credo che ricevere un’offerta di traduzione in quella lingua sarà molto improbabile, ma chi lo sa…

p.s. approfitto di questo post anche per ringraziare tutti coloro che hanno già dato fiducia al mio romanzo: negli ultimi giorni, è entrato nella Top 50 dei Bestseller Amazon per l’horror ben due volte, rispettivamente in 48sima e 32sima posizione. Non male, vista l’agguerrita concorrenza di vampiri alla Twilight. Se l’avete già letto, scrivete pure con sincerità quello che ne pensate dove volete: Amazon, Facebook, Twitter, Goodreads, sui blog, sui banchi di scuola (magari, nell’ultimo caso, senza farvi beccare).

[recensione] These Final Hours.

these_final_hours_posterMentre la sala accanto era gremita di giovani fan del nuovo capitolo di Hunger Games, ieri sera insieme a pochi altri spettatori sono entrato in quella dove proiettavano These Final Hours di Zak Hilditch, film australiano di un regista quasi esordiente che la critica definisce un piccolo capolavoro. E a ragione, ho pensato uscendo dal cinema.

L’idea di partenza è la stessa di due film di qualche anno fa, Melancholia di Lars Von Trier e 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara: un meteorite (o un cataclisma del genere) sta per abbattersi sul nostro pianeta e all’umanità restano solo poche ore di vita. Hilditch, però, sviluppa questo spunto in modo molto più dinamico e interessante di entrambi i colleghi più navigati.

La struttura infatti è quella del road movie, con il dissoluto protagonista James impegnato in una sorta di viaggio di redenzione, mentre aiuta una bambina (la straordinaria – a dispetto del nome un po’ buffo – Angourie Rice) nella ricerca di suo padre.

Ma, ed è questa la forza della pellicola, non c’è nessuno spazio per sentimentalismi e retorica posticcia: il brutale realismo del contesto apocalittico – in cui quasi tutti perdono i propri freni inibitori o abbracciano la disperazione – e le scelte mai scontate dei personaggi creano una tensione continua, rendendo terribilmente familiare una situazione così estrema.

these_final_hoursA sinistra il sobrio amico del protagonista, a destra la bambina dal nome buffo.

In questo il film riesce benissimo dove gli altri due che ho citato falliscono, cioè nel tenerti avvinto al destino – pur segnato – dei protagonisti e, al contempo, farti riflettere su cosa faresti tu a poche ore dalla fine del mondo, dove vorresti essere, con quali persone. Una riflessione ambiziosa sull’umanità, insomma, che per una volta non nasce da un tronfio e noioso esercizio di stile autoriale ma da un film alla portata di tutti (esclusi i bambini, data la presenza di scene molto crude), con dialoghi vivi e credibili, un ottimo ritmo e una messa in scena magistrale.

Davvero, andate subito a vederlo prima che scompaia dalle sale: These Final Hours è uno dei film più ispirati e provocatori visti quest’anno, e di sicuro resterà fra i titoli più memorabili del 2014.

Tipi come noi (Three Squirt Dog).

tipi_come_noiIn un brano del mio libro che ho eliminato perché finiva per risultare troppo comico, alcuni dei protagonisti facevano una lunga discussione su questo romanzo: Tipi come noi di Rick Ridgway (Feltrinelli, 1996; ed. originale St. Martin’s Press, 1994). Avevo pensato di postare direttamente quella scena, ma essendo poco comprensibile senza aver letto i capitoli precedenti, mi limito a parlare un po’ del libro.

Io l’avevo scovato per caso in biblioteca, quando frequentavo il liceo. Al termine della lettura, ricordo di averlo passato a un amico che, escluse le letture scolastiche obbligatorie, non credo avesse mai preso in mano un romanzo. Tipi come noi invece lo divorò in tre giorni e poi mi diede il tormento per settimane affinché gliene consigliassi uno simile, restando però deluso di tutti gli altri titoli che gli proposi.

Cos’aveva di tanto eccezionale, questo libro? Il suo dono migliore era di sicuro quello di riuscire a raccontare l’amore, il sesso, l’amicizia e le esperienze di un gruppo di ventenni senza retorica e moralismi: la sua assenza di filtri e il suo linguaggio spregiudicato potrebbe accostarlo a un’altra opera simbolo degli anni 90, Trainspotting di Irvine Welsh, ma nella storia di Ridgway non ci sono cupe vicende di tossicodipendenza: soltanto un sano, incosciente, esasperato vitalismo.three_squirt_dog

Un romanzo irriverente fin dal titolo originale Three Squirt Dog (traducibile con “Cane da tre schizzi”), che si riferisce a quando il protagonista, Bud, incontra la sua ragazza dopo varie settimane di separazione durante le quali non si è mai masturbato. Lei, avendo le mestruazioni, gli fa un lavoretto di mano e lui, appunto, eiacula tre volte di seguito.

Un altro passaggio esilarante riguarda la partecipazione di suo fratello minore quindicenne, Omar, a una gara di scorregge durante una fiera di paese: tutto è descritto nei minimi particolari, con effetti davvero caustici. Un altro autore di riferimento di Ridgway, infatti, è Louis-Ferdinand Céline, del quale cita la scena di vomito collettivo durante l’attraversamento in nave della Manica di Morte a credito come “la più bella di tutta la letteratura di ogni tempo” (tra l’altro, io ho sentito nominare per la prima volta il grande scrittore francese proprio in Tipi come noi, altra cosa per cui sono grato all’autore).

Insomma, è un libro che ho adorato in ogni pagina, compreso il finale aperto e coerente con il selvaggio teen spirit che lo pervade. Purtroppo, non essendo più stato ristampato, ormai è reperibile solo su eBay o con molto fortuna in qualche biblioteca. Sarebbe bello se prima o poi comparisse una nuova edizione in ebook, per rileggerne le parti migliori con maggiore facilità, dato che ormai la mia copia è piuttosto sgualcita e coperta di annotazioni. E, naturalmente, per farlo conoscere ai teenager di oggi…

Running.

Il capitolo 12 del mio romanzo, il mio preferito, è una lunga scena di corsa, sport che pratico con regolarità da quasi quattro anni (nel 2012 ho anche partecipato alla maratona di Losanna e l’anno scorso a quella di Milano, più varie mezze maratone). Ho iniziato per caso: portando ogni giorno il mio husky al parco, in ogni stagione mi trovavo circondato da runners di ogni età, alcuni con il cane a seguito. Così, un giorno di primavera ho pensato di provare anch’io e poi, senza quasi rendermene conto e senza mai essere stato prima un tipo particolarmente sportivo, dopo un mese correvo per un’ora cinque volte la settimana.

La corsa è uno sport adatto a tutti – bastano un paio di scarpe adatte, maglietta e pantaloncini e non richiede particolari requisiti fisici – ma non tutti sono adatti alla corsa, dato che, per praticarla con regolarità, necessita una certa predisposizione mentale che consenta di viverla come un piacevole rito giornaliero e non come un obbligo.

arte_di_correreQuesto concetto, insieme a molti altri, penso di averlo letto in L’arte di correre (Einaudi) di Haruki Murakami, uno dei libri più affascinanti sul tema. Certo, per molti – me compreso – è interessante perché si tratta soprattutto di una piccola autobiografia del grande autore giapponese, ma con il suo stile inimitabile dispensa anche moltissimi consigli e riflessioni sulla corsa che non si trovano nei soliti manuali tecnici.

A parte questi ultimi, in effetti, non si trovano molti libri sul tema. Per quanto riguarda la narrativa, oltre a quello di Murakami ve ne consiglio altri tre.ultramarathon_man

Il primo è un’altra autobiografia, Ultramarathon Man (Piemme) di Dean Karnazes, il famoso atleta americano di ultramaratone che corre ogni giorno 42 km. Si tratta di una lettura appassionante, specie quando descrive le sue imprese estreme e le motivazioni alla base della sua pazzesca routine, ma anche molto divertente, ad esempio all’inizio mentre mangia in corsa una gigantesca pizza all’ananas per reintegrare le energie perse.

Di tutt’altro genere è A perdifiato (Einaudi) di Mauro Covacich. Qui si tratta di un’opera di fiction, incentrata su un ex a_perdifiatomaratoneta italiano inviato in Ungheria per allenare un gruppo di giovani atlete. A dire il vero la trama l’ho trovata un po’ prevedibile, quasi da telenovela, ma lo stile di scrittura mi ha catturato con forza, tanto che Covacich è diventato subito uno dei miei autori italiani preferiti (tra l’altro anche nelle sue altre opere la storia mi delude sempre, ma come è raccontata mai).

Infine, uno dei romanzi che adoro di più inla_lunga_marcia assoluto: La lunga marcia (Mondadori, Sperling & Kupfer) di Stephen King. Pubblicato con lo pseudonimo “maledetto” di Richard Bachman, è uno dei primissimi che abbia scritto e geniale nella brutalità dell’idea di fondo: cento ragazzi devono correre una marcia interminabile; chi si ferma viene eliminato con un colpo di fucile; la corsa termina quando rimane un solo superstite. Nel suo implacabile meccanismo, è tra le storie di King più nere e metaforiche: sia che siate un fan del Re di Bangor sia che non lo amiate, questo romanzo non può comunque mancare nella vostra libreria (o nel vostro lettore ebook).

Se avete altri suggerimenti su romanzi in tema, scrivetemi o lasciate pure un commento.

[recensione] Interstellar: portali, astronavi e tanti guai.

interstellar_posterLa recensione di Dracula Untold ha totalizzato parecchie visite e ieri sera sono andato a vedere il film di Nolan, quindi ho pensato di scrivere due righe anche su quest’ultimo. Che è un po’ quello che stanno facendo tutti, in questi giorni, dividendosi tra chi lo celebra come una nuova pietra miliare (su imdb per ora ha un 9 tondo) e chi invece lo critica come un castello di carte destinato a crollare presto.

Per me entrambe le posizioni – adoratori e haters – sono eccessive, dato che si tratta di un gran bel film di fantascienza pura (negli ultimi anni quasi sempre diluita in pellicole action, bella sorpresa ritrovarla così) senza l’originalità di Inception o la forza dei personaggi di The Dark Knight, ma con un suo fascino particolare.

Lo spunto di partenza è ultra-classico, quello dell’invasione aliena alla rovescia: in questo caso siamo noi che, con la Terra a corto di risorse, per sopravvivere dobbiamo cercare nuovi pianeti abitabili. E ultra-classico è anche lo svolgimento, incentrato sull’avventuroso viaggio spaziale dell’eroe (un Matthew McConaughey in forma come sempre) alla volta di mondi sconosciuti.

black_holeIl buco nero non ricorda un po’ l’arco di fuoco di Hunger Games?

Il difetto principale del film è anche il suo pregio, cioè la ricerca di una certa profondità scientifica. Non parlo di rigore perché, a leggere osservazioni competenti come questa, sotto questo aspetto pare un po’ traballante, ma per lo spettatore che non ha studiato fisica quantistica l’impressione è di assistere a una vicenda abbastanza plausibile, al netto dei suoi vari paradossi.

Difetto perché, anche se nei dialoghi si insiste molto sui rapporti umani come cuore del film, in realtà non si crea molta empatia coi personaggi, meno intriganti di tutte le teorie sullo spazio-tempo; pregio perché, appunto, senza sbracare nel fantastico come quasi tutti gli altri blockbuster, Interstellar pur durando quasi tre ore non è mai noioso, magari non ti emoziona mai davvero ma il cervello te lo fa lavorare sempre a mille.

interstellar_robotQuesto robot invece è chiaramente ispirato a un mobiletto dell’Ikea.

Quindi, anche se non è il capolavoro indimenticabile di cui molti parlano, vale sicuramente il prezzo del biglietto. O magari di due, data la straordinaria varietà di spunti (sociali e filosofici, oltre che scientifici) che richiedono più di una visione.

Un ragazzo e il suo cane (racconto/film).

Ripensando al fatto che, nel mio romanzo, l’unico personaggio reale che mi sono divertito a inserire è il mio cane Luthor, mi è tornato in mente questo straordinario racconto di Harlan Ellison, A Boy and his Dog (1969). Io l’ho letto in originale nella raccolta The Beast That Shouted Love at the Heart of the World, dato che in italiano è stato pubblicato una sola volta in una vecchia antologia della Nord del 1987, ormai reperibile soltanto su eBay o – con molta fortuna – in qualche biblioteca.

ellisonHarlan Ellison e un cranio di – uh, qualsiasi cosa sia.

Nella mente di qualcuno il titolo potrebbe evocare una storia sentimentale alla Lassie, invece è una narrazione cinica e feroce come se ne trovano poche nella fantascienza. È ambientato infatti in un 2024 post-atomico dove la gente perbene vive in cittadine sotterranee, mentre fra le macerie in superficie si aggirano solo bande armate – l’atmosfera ricorda un po’ quella del mitico Escape from New York (1981) di John Carpenter, che non mi stupirei se avesse tratto più di uno spunto da questo racconto (nella scena del cinema, ad esempio).

Il protagonista è un quindicenne vagabondo in questo mondo in rovina, che sopravvive insieme al suo cane Blood. Quest’ultimo, grazie a esperimenti genetici, ha un’intelligenza molto sviluppata e comunica in modo telepatico col padrone. Il quale, fin dalla prima pagina, sfrutta il suo segugio per uno scopo molto nobile: fiutare le rare donne rimaste allo scopo di abusarne fisicamente.

Da queste premesse, in poche pagine Ellison – un maestro assoluto della short story, da noi per motivi incomprensibili ancora semisconosciuto rispetto ad altri scrittori americani – sviluppa una trama d’azione serrata, carica di sesso e violenza in modo esagerato, che offre una satira davvero spassosa delle narrazioni politically correct con l’eroe di sani principi morali. Per certi versi, un’irriverenza che richiama un po’ Il giovane Holden di Salinger, ma molto più al vetriolo. Il beffardo finale, poi, chiude un meccanismo perfetto ed è uno dei più indimenticabili che io abbia mai letto.

boy_and_his_dogLocandine spettacolari come non se ne fanno più.

Il film del 1975 tratto dal racconto gli rende davvero giustizia, seguendone trama e ispirazione con grande fedeltà. È diretto da L.Q. Jones, faccia notissima come attore non protagonista di innumerevoli film e serie tv ma, come regista, autore solo di un altro film – ed è un peccato perché, con A Boy and his Dog, dimostra una perizia non comune dietro la macchina da presa. A causa del suo impianto bizzarro e anticonvenzionale, questa pellicola all’epoca non ha avuto molto successo, anche se oggi sono evidenti le sue influenze nei successivi film e videogame di ambientazione post-apocalittica (due su tutti: la saga di Mad Max e la serie di videogiochi Fallout, come estetica e contesto, gli devono tantissimo).

Vi consiglio quindi di recuperarlo – c’è anche su YouTube – e, naturalmente, di leggere prima il racconto di Ellison.