Fonti di ispirazione: Tiziano Sclavi.

Avevo circa dieci anni quando lessi il mio primo Dylan Dog, preso in prestito da uno zio mentre mi trovavo in vacanza al mare. Fino a quel momento l’unico fumetto che apprezzavo era Braccio di Ferro (Topolino, anche da piccolo, mi sembrava troppo infantile), mentre il giorno dopo costrinsi mia madre a comprarmi tutti i Dylan che trovai in edicola, inedito e ristampe, più vari arretrati.

uomini_perdutiQuel primo albo era lo Speciale N°5, La casa degli uomini perduti. Oltre che del personaggio dell’Indagatore dell’incubo, mi innamorai subito dell’idea di base, cioè un geniale capovolgimento del classico tema della casa infestata. Allora, naturalmente, non conoscevo ancora capolavori come La casa stregata di H.P. Lovecraft e La casa d’inferno di Richard Matheson (la fonte d’ispirazione più diretta di quel numero), ma la bravura di Sclavi nel prendere i cliché più abusati del cinema e della letteratura dell’orrore e poi stravolgerli in modo ironico e inatteso sarebbe diventata la cosa che più ricercavo negli albi di Dylan.

Sempre quello zio, qualche anno più tardi, mi passò anche Dellamorte Dellamore. In quel periodo leggevo solo autori stranieri, soprattutto americani, perché quelli italiani – complici le letture scolastiche obbligatorie – per me erano sinonimo di noia, moralismo e pedanteria. Quel libro in effetti lo aprii soltanto perché ritrovai il nome dell’autore di Dylan Dog in copertina e, come accadde per il suo fumetto, mi appassionai subito anche allo Sclavi romanziere.

A parte, per quegli anni, l’originalità del tema – un’epidemia di zombi in una piccola cittadina di dellamorte_dellamoreprovincia del Nord Italia – mi colpì soprattutto il linguaggio: tagliente, sincopato, con periodi brevissimi e una forma che ricordava più una sceneggiatura cinematografica, che una tradizionale opera in prosa. Eppure, con la sua forza evocativa, risultava molto più coeso e potente di quello dei soliti autori prolissi di ascendenza manzoniana.

Una capacità di sintesi, degna di un regista che non monta mai un’inquadratura superflua, che ho ammirato in tutti gli altri suoi romanzi, fino all’ultimo Il tornado di Valle Scuropasso, stupendo thriller sci-fi che nella sua brevità ha un respiro più ampio di certe saghe lunghe sei volumi. Nella ricerca dello stile di scrittura del mio, di libro, devo davvero molto a Tiziano e ad altri maestri del “less is more” come Dino Buzzati e Giorgio Scerbanenco: tra le varie stesure, la lunghezza de Il tuo posto nella ragnatela si è ridotta quasi di un terzo.

Oltre che su Dylan Dog, spero che Sclavi torni presto anche con un nuovo romanzo. Probabilmente è vero che, come ripete spesso, tutte le storie sono già state raccontate, ma come le raccontava lui ci manca davvero.

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