Archivio dell'autore: David Proh

Informazioni su David Proh

Sono nato a Sondrio nel 1981, ma ho vissuto per molti anni a Cardiff nel Galles. Laureato in Storia medievale, attualmente lavoro come grafico pubblicitario a Milano, dove abito da solo con il mio cane husky. Nel tempo libero amo correre e guardare film dell'orrore.

Ecco cosa ne pensano i lettori.

In questa pagina, molto semplicemente, aggiornerò i link a tutte le recensioni del romanzo disponibili online. Sia positive che negative: del resto, a google non si può nascondere nulla. Se anche tu l’hai letto e ne hai scritta una, breve o lunga che sia, in un blog, un forum, uno store, un social network o qualsiasi altro spazio accessibile in modo pubblico, basta che me la segnali (proh.david@gmail.com) e provvederò ad aggiungerla qui sotto. Grazie!

Amazon (4 recensioni)

Anobii (5 recensioni)

Goodreads (3 recensioni)

QLibri (1 recensione)

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La mia prima intervista.

brain_gremlinSpero che non abbiate bisogno di aprire questo link per capire da quale film è tratta l’immagine.

Qualche giorno fa, una gentile lettrice che ha lasciato una corposa recensione del romanzo su anobii mi ha anche inviato alcune domande. Dato che non contengono spoiler sulla trama e mi sembrano interessanti per chiunque desideri saperne di più sul libro, le incollo qui di seguito con le mie risposte.

1) Ho notato che, come musa ispiratrice per il tuo romanzo, fra i vari autori si annovera anche il nome di Murakami Haruki. Quanto c’è in Il tuo posto nella ragnatela dello scrittore giapponese?

A un livello più superficiale direi il grande numero di citazioni riguardanti musica e cibo, a uno più profondo la libertà da generi letterari predefiniti e la costruzione di un’atmosfera rarefatta, quasi onirica, a partire da dettagli realistici.

2) Com’è nata la storia?

Come ho scritto in un post precedente, l’idea di partenza proviene dalla mia tesi di laurea in Storia medievale sulla persecuzione alle streghe nel Nord Italia, poi filtrata – in gran parte – anche attraverso le mie esperienze adolescenziali (nel 1998, l’anno in cui è ambientato Il tuo posto nella ragnatela, avevo 17 anni come la maggior parte dei protagonisti).

3) E’ stato difficile e confusionario narrare la storia mediante diversi punti di vista?

In realtà no: uno degli aspetti più interessanti della scrittura (e spero anche della lettura) è stata proprio la decisione di variare il punto di vista in ogni capitolo, focalizzandolo di volta in volta su un personaggio differente. Uno dei miei romanzi preferiti, Dracula di Bram Stoker, deve gran parte del suo fascino e del suo successo proprio al fatto che è composto da stralci di diari, lettere, articoli di giornale e registrazioni stenografiche di molteplici autori. Nel mio caso, per mantenere fluida e ritmata la narrazione, ho scelto di conservare sempre la terza persona (tranne che nei capitoli del flashback) e di suggerire questa visione polifonica, appunto, cambiando il punto di vista interno.

4) Dalla trama del romanzo si deduce che la protagonista della storia sia Arianna. Leggendo il romanzo, invece, protagonista del romanzo non è un solo personaggio bensì questo gruppo di ragazzi. Da cosa è dipesa questa scelta?

Anche qui mi viene spontaneo citare Dracula (che del resto è un modello insuperabile per moltissimi romanzi successivi, non solo horror): volevo che Arianna fosse un po’ come il Conte, che si respirasse la sua presenza anche quando è assente o non si parla in modo diretto di lei; proprio come avviene nell’opera di Stoker, dove a conti fatti il vero protagonista appare poco in scena, ma la sensazione trasmessa è che sia nascosto in ogni riga.

5) Durante la stesura del romanzo ti sei rispecchiato in qualche personaggio particolare?

Tutti i ragazzi contengono qualche elemento autobiografico, ma solo in piccola parte. In realtà il mio preferito è Jason, uno dei pochi adulti, cui ho dato origini gallesi in onore degli anni che ho trascorso in quel paese. Per il resto, sia lui che gli altri sono assemblati in modo fittizio con tratti molto vari, inventati, di persone che conosco o che mi appartengono (ad esempio, un personaggio ama la corsa come me). L’unico reale al 100% è il cane husky: quello che compare nel romanzo è proprio identico al mio.

6) Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Per ora è una passione e un divertimento, un po’ come la corsa. Nessuna delle due attività credo si trasformerà mai in un mestiere a tempo pieno, però mi impegno a fondo in entrambe. Mi alleno con regolarità e ho partecipato ad alcune maratone; allo stesso modo, nel caso della scrittura, pur essendo il mio romanzo autoprodotto, ho lavorato moltissimo sul testo per dargli una qualità editoriale dignitosa.

7) Si dice che un romanziere non scrive mai tutto quello che sa sui suoi personaggi. I lettori non devono venire a sapere tutto. Alcuni aspetti è meglio che rimangono segreti fra lo scrittore e le sue creature. Anche per te è stato così con la stesura di Il tuo posto nella ragnatela?

In realtà io credo che, di un personaggio riuscito, nemmeno il suo creatore conosca tutto. Così come è impossibile sapere ogni cosa delle persone reali, sono le zone d’ombra a dare vera profondità a quelle immaginarie. Andando avanti nella stesura, mi sembrava sempre più che fossero i personaggi stessi a suggerirmi misteriosamente cosa avrebbero fatto, “ribellandosi” ad altri comportamenti – magari più logici – che volevo imporre loro. Soprattutto Arianna: gran parte delle parti eliminate riguardano lei, che “non ci si riconosceva” e “mi tormentava” per cancellarle (anche per questo, in origine compariva molto di più). Fatto adesso, questo discorso sembra un po’ psicotico anche a me, ma durante il processo di scrittura era davvero tangibile.

8) L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

Qui me la cavo con un link a un post già pubblicato sul blog.

9) Prendere volentieri a modello le persone che si conoscono, per i personaggi, è una cosa che fanno in pochi. Ma è pur vero che, così facendo, diventano più verosimili. Espressioni, gesti, portamenti, voce e, come per magia, prendono vita al punto che chi ne sente parlare o legge la storia riesce a “toccarli”. Anche tu hai preso come modello persone che conosci? Se si, quando scrivevi di loro riuscivi a percepirli con nitidezza?

Senza volerlo, ho già risposto nella 5.

10) Prima di scrivere il romanzo avevi realizzato una specie di scaletta in cui ti ponevi gli obiettivi che dovevi far raggiungere ai tuoi personaggi o, come sostengono molti autori, narravi la storia a seconda di ciò che i personaggi ti “sussurravano”?

Avevo solo l’idea di base e una vaga struttura in mente – che nel corso della stesura, insieme al titolo, si è definita meglio così – ma, per il resto, l’ho sviluppato senza una scaletta precisa. Se vogliamo è un altro punto in comune con Murakami, dato che ho letto in un’intervista che anche lui lavora nel secondo modo citato.

11) Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Il romanzo, a parte un lungo flashback, copre soltanto poche settimane della vita di Arienna, la cittadina dov’è ambientato, e dei suoi abitanti. Quindi, mi sono concentrato soprattutto sulle loro reazioni ai diversi avvenimenti, per lo più inaspettati e traumatici, cercando di definire caratteri credibili ma non banali, con la profondità di cui ho parlato prima.

12) Quali sono i tuoi progetti futuri? Scriverai qualche altro romanzo?

Sì, ho iniziato da poco un nuovo romanzo di ambientazione post-apocalittica, un filone piuttosto in voga di questi tempi, ma con uno scenario sconvolgente e mai visto prima (che, com’è ovvio, non svelo). L’idea infatti è quella di costruire una storia originale e libera da ristretti vincoli di genere come Il tuo posto nella ragnatela, però con l’ambizione di descrivere un mondo molto più ampio e complesso. Di conseguenza, prevedo che anche la stesura sarà più lunga dei pochi mesi che mi ha occupato il primo, dunque per ora non ho idea di quando riuscirò a completarlo.

Grazie ancora alla lettrice per le domande!

[recensione] La metamorfosi del male.

wer_posterIl lupo mannaro al cinema ha avuto molta meno fortuna del vampiro, ma anche – pensando agli ultimi anni – di mostri meno affascinanti come gli zombi. Dai classici L’uomo lupo (1941) con lo straordinario Lon Chaney Jr. e Il bacio della pantera (1942) di Jacques Tourneur (anche se qui si tratta di un grosso felino e non di un lupo), fino a due capolavori degli anni 80 come Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di John Landis e L’ululato (1981) di Joe Dante, non sono molti gli altri film che potrebbero aggiungersi alla lista delle pietre miliari (per un elenco esaustivo, che comprende molte pellicole scadenti, andate qui).

Di certo, dopo averlo visto, non metterò fra i migliori La metamorfosi del male, traduzione generica del più incisivo Wer (abbreviazione di Werewolf), titolo originale che, come il poster, gioca in modo maldestro sull’ambiguità che sia presente o meno un vero licantropo nel film, cosa invece evidente dal trailer.

La prima metà del film scivola via come un noioso procedurale televisivo: un uomo con una rara malattia genetica che causa un eccesso di peluria sul corpo (anche se, nella realtà, tale patologia non provoca questo sintomo) viene accusato del massacro di una famiglia, e una giovane avvocatessa paladina dei diritti umani si incarica di difenderlo.

wer_lecterHannibal Lecter

Tutto è scritto e diretto in modo approssimativo: il sospettato viene trattenuto senza alcuna prova in una stazione di polizia francese bardato come Hannibal Lecter, per giustificare ciò emerge un complotto piuttosto ridicolo, e malgrado l’assenza di azione c’è un uso insistito e superfluo della camera a mano, quasi subito irritante.

Le cose non migliorano nel secondo tempo, più dinamico ma diretto verso binari troppo prevedibili: a parte il licantropo che sembra immortale come in una celebre e bellissima commedia horror degli anni 80, l’epilogo ultratelefonato è degno di una fan fiction di Twilight, anche se dubito che il resto del film possa accontentare questo tipo di pubblico.

wer_cadutaSi farà la bua?

Infatti, si tratta davvero di una pellicola che non riesce mai a trovare un tono omogeneo, tra svolte di trama implausibili, performance poco convinte e tensione zoppicante. Qua e là ci sono alcuni dettagli gore, alcuni disturbanti (come i cadaveri delle prime vittime), ma solo per strizzare l’occhio agli appassionati di splatter: un momento autenticamente spaventoso non si verifica mai.

Peccato perché, gestito meglio, l’ambiguo spunto di partenza poteva dar vita a una versione aggiornata e licantropesca di Martin (1976): invece, siamo più dalle parti di un telefilm del pomeriggio inframezzato da qualche inserto sanguinolento a casaccio.

Il giallo all’italiana in tv: La porta sul buio (1973).

porta_sul_buio_dvdLeggendo l’autobiografia di Dario Argento, mi sono imbattuto in questa miniserie da lui curata e prodotta per la RAI, di cui avevo già sentito parlare ma non avevo mai visto. Così, per l’occasione, me la sono procurata in DVD e l’ho trovata piuttosto interessante. Essendo composta da quattro mediometraggi trasmessi in prima serata sulla tv pubblica, non ci sono le scene cruente tipiche dei film di genere del periodo – tutta la violenza e i delitti avvengono fuori campo, ma è costruita in modo ingegnoso e all’epoca originale per un prodotto televisivo italiano.

La porta sul buio è un omaggio dichiarato alla celebre serie Alfred Hitchcock presenta: come faceva il grande regista britannico, anche il giovane Argento (reduce dal successo delle sue prime tre pellicole e quindi già piuttosto noto al grande pubblico) introduce di persona gli episodi.vicino

Nel primo, intitolato Il vicino di casa, l’omaggio al maestro si traduce anche in un cameo di Dario come attore: è l’autostoppista che, in apertura, chiede un passaggio alla coppia protagonista della storia. Non è l’unico elemento hitchcockiano di questo film scritto e diretto da Luigi Cozzi: anche l’assassino (che, al contrario degli altri tre episodi, non è misterioso) ricorda in modo esplicito quello di La finestra sul cortile (1954). Rispetto a questo riferimento, anche per i limiti di budget, qui l’atmosfera è molto più minimalista, quasi onirica nei pochi elementi della messa in scena: una casa vuota e isolata, tre personaggi, una vicenda che si consuma tutta in una notte. Come thriller, il ritmo non è sempre sostenuto, ma si riscatta in varie scene di grande impatto (tra cui l’eccellente finale).

tramIl secondo invece è scritto e diretto da Argento in persona (con lo pseudonimo di Sirio Bernadotte) e si tratta di un giallo vero e proprio. Come suggerisce il titolo Il tram, l’eccentrico spunto è quello di un delitto commesso a bordo di questo mezzo pubblico, per la risoluzione del quale seguiamo l’indagine del simpatico commissario interpretato dal popolarissimo Enzo Cerusico. Il soggetto è davvero brillante e la regia tipicamente argentiana: senza i limiti imposti dal mezzo televisivo, non avrebbe sfigurato accanto ai suoi precedenti film. Una nota di merito va alla straordinaria colonna sonora jazz di Giorgio Gaslini, efficace in tutti e quattro gli episodi ma che qui raggiunge un connubio perfetto con le immagini, specie nell’angosciante sequenza conclusiva.bambola

Il terzo, La bambola, incentrato su uno psicopatico fuggito dal manicomio, è l’unico che non mi è piaciuto. Sia la trama, molto pasticciata e con un colpo di scena finale abbastanza telefonato, sia la maldestra regia di Mario Foglietti, quasi una parodia involontaria di certi vezzi di Argento, non riescono mai a costruire una tensione convincente. Anche le interpretazioni non aiutano: nei panni del poliziotto di turno, qui troviamo un improbabile Gianfranco D’Angelo, in uno dei pochi ruoli non comici della sua carriera.

testimoneIn Testimone oculare, al contrario, torniamo al livello dei primi due: di nuovo diretto da Argento (che, come dichiara nella sua autobiografia, subentra quasi subito a Roberto Pariante), racconta la storia di una giovane donna che assiste a un delitto, o forse l’ha soltanto immaginato. I due piani sono sviluppati in perfetto equilibrio e l’ultima sequenza è forse la più spaventosa dell’intera serie.

Serie che, in definitiva, consiglio di recuperare, essendo ancora uno degli esperimenti più riusciti di portare il cinema di genere in tv, senza cedere troppo alle censure imposte dal mezzo. Soprattutto il secondo e il quarto, gli episodi argentiani, i quali anticipano alcuni elementi (come la commistione fra thriller e commedia e il particolare chiave del delitto visibile ma sfuggente) che poi saranno esplosi al meglio in Profondo Rosso.

Nella ragnatela.

Invece di un banale elenco dei personaggi, come all’inizio di certi vecchi gialli, ecco un’infografica che riassume la struttura de Il tuo posto nella ragnatela.

Vista prima di leggere il romanzo, appare come un oscuro insieme di nomi, quindi non temete eventuali spoiler: il significato della posizione di ognuno, in base alle relazioni che intreccia, ovviamente vi sarà chiaro soltanto dopo l’ultima pagina.

ragnatela

(Cliccaci sopra per vederla in dimensione reale). 

La festa del raccolto (Thomas Tryon, 1973).

tryon_raccolto1Senza dover risalire ai tempi di Poe e Lovecraft (e senza dimenticare i lavori del grande Richard Matheson), questo romanzo è uno degli esempi più brillanti di horror americano pre Stephen King, pubblicato giusto un anno prima del fulminante esordio di quest’ultimo con Carrie e, pochi anni dopo, fonte di ispirazione per il suo racconto I figli del grano del 1977.

L’idea alla base della storia, come in tutti i capolavori del genere, è semplice ed efficace: una giovane coppia con figlia adolescente, stanca della vita caotica di New York, decide di trasferirsi in una piccola comunità agricola del New England, all’apparenza idilliaca ma che in seguito – ovviamente – mostrerà il suo lato oscuro.

Un aspetto molto criticato del libro è la sovrabbondanza di particolari e l’eccessiva meticolosità con la quale, in lunghe e spesso estenuanti descrizioni, Tryon dipinge la vita quotidiana del villaggio, prima della brusca svolta horror nel finale. Di solito, romanzi del genere li abbandono a metà, ma in questo caso la perizia dell’autore nella costruzione dello stato di inquietudine del protagonista, letteralmente un granello di sabbia alla volta, mi ha impedito di posare il volume (che infatti ho divorato in tre o quattro giorni).tryon_raccolto2

Una fiducia che del resto viene ben ripagata nell’ultima parte, dove anche i dettagli più banali e i personaggi più innocui si rivelano parte di un mosaico spaventoso: ho adorato il modo beffardo con cui l’autore rovescia vicende da romance alla Barbara Cartland dentro un incubo vivente degno di Clive Barker.

Purtroppo, dopo l’edizione di Mondadori del 1974, da noi questa piccola gemma non è più stata ristampata, quindi potete recuperarlo solo su ebay (al momento ci sono parecchie copie a poco prezzo) o, con un po’ di fortuna, in biblioteca. Se poi trovate affascinanti temi e atmosfera del romanzo, vi consiglio anche uno straordinario film dello stesso anno, The Wicker Man.

[recensione] Paura di Dario Argento (Einaudi, 2014).

paura_argentoHo appena finito di leggere l’autobiografia del Maestro del brivido. Ci ho messo una vita perché, in parallelo, ho rivisto tutti i suoi film via via che li descrive nel libro: un metodo che personalmente consiglio a tutti, per godere appieno del suo appassionante viaggio artistico.

Altrimenti, credo che l’avrei finito in un paio di giorni, dato che l’abilità di Argento come sceneggiatore si rivela anche nella scrittura fluida di queste memorie, colloquiale e senza fronzoli. Sembra proprio di averlo seduto vicino a te sul divano, a raccontarti di persona le sue vicende.

Il pregio principale di Paura è anche il suo difetto più marcato. Concentrandosi sulla sua carriera professionale, con poco spazio per i gossip e la vita privata – che pure viene esposta senza reticenze, come quando ammette i tradimenti e l’uso di stupefacenti – è inevitabile per il fan più accanito rimanere un po’ deluso, poiché sono ben pochi i dettagli inediti sui film che, nel tempo, non siano già stati esposti nelle interviste e nelle monografie dedicate al regista (una delle migliori, imperdibile, è l’edizione aggiornata al 2011 del Castoro curato da Roberto Pugliese).

C’è, però, il fascino innegabile di ritrovare particolari noti, in ordine e in perfetta sintesi, spesso arricchiti con aneddoti personali, nelle lunghe descrizioni di com’è nata e si è sviluppata ogni pellicola, dal folgorante esordio di L’uccello dalle piume di cristallo (1970) fino all’ultimo pasticciato Dracula 3D (2012). Quella che ne emerge è la figura di un autore coltissimo, che prepara ogni film con cura e ricerche maniacali, attento a mantenere la propria cifra stilistica ma sempre desideroso di esplorare nuovi territori.

Per quanto mi riguarda, sia grazie alla lettura che a queste ri-visioni, la sorpresa più bella è stata la rivalutazione di certe opere recenti che, all’uscita, mi avevano convinto molto poco. Ad esempio Il Cartaio (2004), ben congegnato e con un ottimo ritmo, o l’ultimo denigrato capitolo della trilogia della Tre Madri: seppur certamente inferiore a Suspiria (1977) e Inferno (1980), anche La Terza Madre (2007) è a suo modo disturbante e pieno di buone intuizioni visive.

Questa scena di Inferno viene descritta da Argento come – forse – la più bella, simbolica ed efficace di tutto il suo cinema: concordo!

Del resto, accanto ai capolavori più noti e celebrati come Profondo rosso (1975), la produzione di Argento è costellata da opere che avrebbero meritato maggior successo. Il caso più eclatante, in questa maratona di recuperi, mi è sembrato il suo episodio di Due occhi diabolici (1990). Mentre quello di George Romero è davvero deludente, Il Gatto Nero è una vera e propria vetta della filmografia argentiana (rivedetelo anche voi, se non mi credete).

In definitiva, quindi, consiglio questo libro a tutti: anche nei passaggi che riguardano le cose più risapute, non mi sono mai annoiato. Gli unici che metto in guardia sono i ragazzi più giovani; guardatevi i film, prima di leggere, perché Dario svela tutti gli assassini!

ps. sono contento che The Sandman, il suo ultimo progetto in crowdsourcing, abbia ottenuto tutti i finanziamenti necessari per essere prodotto. A questo punto, lo aspetto davvero con ansia…