Archivi categoria: Recensioni

[recensione] La metamorfosi del male.

wer_posterIl lupo mannaro al cinema ha avuto molta meno fortuna del vampiro, ma anche – pensando agli ultimi anni – di mostri meno affascinanti come gli zombi. Dai classici L’uomo lupo (1941) con lo straordinario Lon Chaney Jr. e Il bacio della pantera (1942) di Jacques Tourneur (anche se qui si tratta di un grosso felino e non di un lupo), fino a due capolavori degli anni 80 come Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di John Landis e L’ululato (1981) di Joe Dante, non sono molti gli altri film che potrebbero aggiungersi alla lista delle pietre miliari (per un elenco esaustivo, che comprende molte pellicole scadenti, andate qui).

Di certo, dopo averlo visto, non metterò fra i migliori La metamorfosi del male, traduzione generica del più incisivo Wer (abbreviazione di Werewolf), titolo originale che, come il poster, gioca in modo maldestro sull’ambiguità che sia presente o meno un vero licantropo nel film, cosa invece evidente dal trailer.

La prima metà del film scivola via come un noioso procedurale televisivo: un uomo con una rara malattia genetica che causa un eccesso di peluria sul corpo (anche se, nella realtà, tale patologia non provoca questo sintomo) viene accusato del massacro di una famiglia, e una giovane avvocatessa paladina dei diritti umani si incarica di difenderlo.

wer_lecterHannibal Lecter

Tutto è scritto e diretto in modo approssimativo: il sospettato viene trattenuto senza alcuna prova in una stazione di polizia francese bardato come Hannibal Lecter, per giustificare ciò emerge un complotto piuttosto ridicolo, e malgrado l’assenza di azione c’è un uso insistito e superfluo della camera a mano, quasi subito irritante.

Le cose non migliorano nel secondo tempo, più dinamico ma diretto verso binari troppo prevedibili: a parte il licantropo che sembra immortale come in una celebre e bellissima commedia horror degli anni 80, l’epilogo ultratelefonato è degno di una fan fiction di Twilight, anche se dubito che il resto del film possa accontentare questo tipo di pubblico.

wer_cadutaSi farà la bua?

Infatti, si tratta davvero di una pellicola che non riesce mai a trovare un tono omogeneo, tra svolte di trama implausibili, performance poco convinte e tensione zoppicante. Qua e là ci sono alcuni dettagli gore, alcuni disturbanti (come i cadaveri delle prime vittime), ma solo per strizzare l’occhio agli appassionati di splatter: un momento autenticamente spaventoso non si verifica mai.

Peccato perché, gestito meglio, l’ambiguo spunto di partenza poteva dar vita a una versione aggiornata e licantropesca di Martin (1976): invece, siamo più dalle parti di un telefilm del pomeriggio inframezzato da qualche inserto sanguinolento a casaccio.

Il giallo all’italiana in tv: La porta sul buio (1973).

porta_sul_buio_dvdLeggendo l’autobiografia di Dario Argento, mi sono imbattuto in questa miniserie da lui curata e prodotta per la RAI, di cui avevo già sentito parlare ma non avevo mai visto. Così, per l’occasione, me la sono procurata in DVD e l’ho trovata piuttosto interessante. Essendo composta da quattro mediometraggi trasmessi in prima serata sulla tv pubblica, non ci sono le scene cruente tipiche dei film di genere del periodo – tutta la violenza e i delitti avvengono fuori campo, ma è costruita in modo ingegnoso e all’epoca originale per un prodotto televisivo italiano.

La porta sul buio è un omaggio dichiarato alla celebre serie Alfred Hitchcock presenta: come faceva il grande regista britannico, anche il giovane Argento (reduce dal successo delle sue prime tre pellicole e quindi già piuttosto noto al grande pubblico) introduce di persona gli episodi.vicino

Nel primo, intitolato Il vicino di casa, l’omaggio al maestro si traduce anche in un cameo di Dario come attore: è l’autostoppista che, in apertura, chiede un passaggio alla coppia protagonista della storia. Non è l’unico elemento hitchcockiano di questo film scritto e diretto da Luigi Cozzi: anche l’assassino (che, al contrario degli altri tre episodi, non è misterioso) ricorda in modo esplicito quello di La finestra sul cortile (1954). Rispetto a questo riferimento, anche per i limiti di budget, qui l’atmosfera è molto più minimalista, quasi onirica nei pochi elementi della messa in scena: una casa vuota e isolata, tre personaggi, una vicenda che si consuma tutta in una notte. Come thriller, il ritmo non è sempre sostenuto, ma si riscatta in varie scene di grande impatto (tra cui l’eccellente finale).

tramIl secondo invece è scritto e diretto da Argento in persona (con lo pseudonimo di Sirio Bernadotte) e si tratta di un giallo vero e proprio. Come suggerisce il titolo Il tram, l’eccentrico spunto è quello di un delitto commesso a bordo di questo mezzo pubblico, per la risoluzione del quale seguiamo l’indagine del simpatico commissario interpretato dal popolarissimo Enzo Cerusico. Il soggetto è davvero brillante e la regia tipicamente argentiana: senza i limiti imposti dal mezzo televisivo, non avrebbe sfigurato accanto ai suoi precedenti film. Una nota di merito va alla straordinaria colonna sonora jazz di Giorgio Gaslini, efficace in tutti e quattro gli episodi ma che qui raggiunge un connubio perfetto con le immagini, specie nell’angosciante sequenza conclusiva.bambola

Il terzo, La bambola, incentrato su uno psicopatico fuggito dal manicomio, è l’unico che non mi è piaciuto. Sia la trama, molto pasticciata e con un colpo di scena finale abbastanza telefonato, sia la maldestra regia di Mario Foglietti, quasi una parodia involontaria di certi vezzi di Argento, non riescono mai a costruire una tensione convincente. Anche le interpretazioni non aiutano: nei panni del poliziotto di turno, qui troviamo un improbabile Gianfranco D’Angelo, in uno dei pochi ruoli non comici della sua carriera.

testimoneIn Testimone oculare, al contrario, torniamo al livello dei primi due: di nuovo diretto da Argento (che, come dichiara nella sua autobiografia, subentra quasi subito a Roberto Pariante), racconta la storia di una giovane donna che assiste a un delitto, o forse l’ha soltanto immaginato. I due piani sono sviluppati in perfetto equilibrio e l’ultima sequenza è forse la più spaventosa dell’intera serie.

Serie che, in definitiva, consiglio di recuperare, essendo ancora uno degli esperimenti più riusciti di portare il cinema di genere in tv, senza cedere troppo alle censure imposte dal mezzo. Soprattutto il secondo e il quarto, gli episodi argentiani, i quali anticipano alcuni elementi (come la commistione fra thriller e commedia e il particolare chiave del delitto visibile ma sfuggente) che poi saranno esplosi al meglio in Profondo Rosso.

La festa del raccolto (Thomas Tryon, 1973).

tryon_raccolto1Senza dover risalire ai tempi di Poe e Lovecraft (e senza dimenticare i lavori del grande Richard Matheson), questo romanzo è uno degli esempi più brillanti di horror americano pre Stephen King, pubblicato giusto un anno prima del fulminante esordio di quest’ultimo con Carrie e, pochi anni dopo, fonte di ispirazione per il suo racconto I figli del grano del 1977.

L’idea alla base della storia, come in tutti i capolavori del genere, è semplice ed efficace: una giovane coppia con figlia adolescente, stanca della vita caotica di New York, decide di trasferirsi in una piccola comunità agricola del New England, all’apparenza idilliaca ma che in seguito – ovviamente – mostrerà il suo lato oscuro.

Un aspetto molto criticato del libro è la sovrabbondanza di particolari e l’eccessiva meticolosità con la quale, in lunghe e spesso estenuanti descrizioni, Tryon dipinge la vita quotidiana del villaggio, prima della brusca svolta horror nel finale. Di solito, romanzi del genere li abbandono a metà, ma in questo caso la perizia dell’autore nella costruzione dello stato di inquietudine del protagonista, letteralmente un granello di sabbia alla volta, mi ha impedito di posare il volume (che infatti ho divorato in tre o quattro giorni).tryon_raccolto2

Una fiducia che del resto viene ben ripagata nell’ultima parte, dove anche i dettagli più banali e i personaggi più innocui si rivelano parte di un mosaico spaventoso: ho adorato il modo beffardo con cui l’autore rovescia vicende da romance alla Barbara Cartland dentro un incubo vivente degno di Clive Barker.

Purtroppo, dopo l’edizione di Mondadori del 1974, da noi questa piccola gemma non è più stata ristampata, quindi potete recuperarlo solo su ebay (al momento ci sono parecchie copie a poco prezzo) o, con un po’ di fortuna, in biblioteca. Se poi trovate affascinanti temi e atmosfera del romanzo, vi consiglio anche uno straordinario film dello stesso anno, The Wicker Man.

[recensione] Paura di Dario Argento (Einaudi, 2014).

paura_argentoHo appena finito di leggere l’autobiografia del Maestro del brivido. Ci ho messo una vita perché, in parallelo, ho rivisto tutti i suoi film via via che li descrive nel libro: un metodo che personalmente consiglio a tutti, per godere appieno del suo appassionante viaggio artistico.

Altrimenti, credo che l’avrei finito in un paio di giorni, dato che l’abilità di Argento come sceneggiatore si rivela anche nella scrittura fluida di queste memorie, colloquiale e senza fronzoli. Sembra proprio di averlo seduto vicino a te sul divano, a raccontarti di persona le sue vicende.

Il pregio principale di Paura è anche il suo difetto più marcato. Concentrandosi sulla sua carriera professionale, con poco spazio per i gossip e la vita privata – che pure viene esposta senza reticenze, come quando ammette i tradimenti e l’uso di stupefacenti – è inevitabile per il fan più accanito rimanere un po’ deluso, poiché sono ben pochi i dettagli inediti sui film che, nel tempo, non siano già stati esposti nelle interviste e nelle monografie dedicate al regista (una delle migliori, imperdibile, è l’edizione aggiornata al 2011 del Castoro curato da Roberto Pugliese).

C’è, però, il fascino innegabile di ritrovare particolari noti, in ordine e in perfetta sintesi, spesso arricchiti con aneddoti personali, nelle lunghe descrizioni di com’è nata e si è sviluppata ogni pellicola, dal folgorante esordio di L’uccello dalle piume di cristallo (1970) fino all’ultimo pasticciato Dracula 3D (2012). Quella che ne emerge è la figura di un autore coltissimo, che prepara ogni film con cura e ricerche maniacali, attento a mantenere la propria cifra stilistica ma sempre desideroso di esplorare nuovi territori.

Per quanto mi riguarda, sia grazie alla lettura che a queste ri-visioni, la sorpresa più bella è stata la rivalutazione di certe opere recenti che, all’uscita, mi avevano convinto molto poco. Ad esempio Il Cartaio (2004), ben congegnato e con un ottimo ritmo, o l’ultimo denigrato capitolo della trilogia della Tre Madri: seppur certamente inferiore a Suspiria (1977) e Inferno (1980), anche La Terza Madre (2007) è a suo modo disturbante e pieno di buone intuizioni visive.

Questa scena di Inferno viene descritta da Argento come – forse – la più bella, simbolica ed efficace di tutto il suo cinema: concordo!

Del resto, accanto ai capolavori più noti e celebrati come Profondo rosso (1975), la produzione di Argento è costellata da opere che avrebbero meritato maggior successo. Il caso più eclatante, in questa maratona di recuperi, mi è sembrato il suo episodio di Due occhi diabolici (1990). Mentre quello di George Romero è davvero deludente, Il Gatto Nero è una vera e propria vetta della filmografia argentiana (rivedetelo anche voi, se non mi credete).

In definitiva, quindi, consiglio questo libro a tutti: anche nei passaggi che riguardano le cose più risapute, non mi sono mai annoiato. Gli unici che metto in guardia sono i ragazzi più giovani; guardatevi i film, prima di leggere, perché Dario svela tutti gli assassini!

ps. sono contento che The Sandman, il suo ultimo progetto in crowdsourcing, abbia ottenuto tutti i finanziamenti necessari per essere prodotto. A questo punto, lo aspetto davvero con ansia…

[recensione] Le orme (Luigi Bazzoni, 1975)

poster_ormeNegli ultimi giorni non ho più trovato niente di interessante al cinema, ma in compenso ho rivisto questo enigmatico e misconosciuto film. Si tratta di uno dei pochi lavori di Luigi Bazzoni, autore del più noto La donna del lago del 1965 (uno dei primi gialli all’italiana, solo di un paio d’anni successivo alle pionieristiche e brillanti incursioni nel genere di Mario Bava e cinque anni prima dell’esordio di Dario Argento), tratto dal romanzo di Mario Fanelli Las Huellas, anch’esso misterioso poiché irreperibile ovunque (che sia inedito?).

La ragione della scarsa popolarità, anche fra gli appassionati, credo derivi dalla sua difficile classificazione: il suo ritmo lento e ipnotico non rientra nei canoni del thriller, non ci sono omicidi da risolvere come in un giallo, né i mostri o i serial killer di un horror.

In realtà, l’inizio potrebbe far erroneamente pensare a una pellicola di fantascienza: vediamo due astronauti, guidati da uno strano personaggio di nome Blackman (il sempre inquietante Klaus Kinski), che ne abbandonano un terzo a morire in solitudine sulla Luna. Ma è una falsa pista: si tratta di un film nel film, intitolato Sangue sulla Luna e visto anni prima della vera protagonista, che la tormenta con sogni e flash ricorrenti.

kinski_ormeIl misterioso Klaus.

Quest’ultima – la splendida Florinda Bolkan – è una traduttrice di origini portoghesi che vive e lavora a Roma. Proprio a causa di un problema con la consegna di una traduzione, realizza di non ricordare più nulla degli ultimi tre giorni. L’unico indizio è la cartolina stracciata di una località balneare di nome Garma – che nella realtà non esiste: le riprese sono state effettuate a Phaselis in Turchia. Così, non le resta che prendere un aereo…

Con la trama, per evitare ulteriori spoiler, mi fermo qui. L’abilità narrativa del regista sta tutta nel mantenere viva la suspense senza scene adrenaliche o raccapriccianti, ma solo dosando bene i molti dettagli inspiegabili come un puzzle a incastro, fino all’ultimo pezzo dell’angoscioso finale.

bolkan_ormeL’affascinante Florinda.

Per certi versi, sembra di vedere un film di Roman Polanski o David Lynch, anche se Bazzoni è meno morboso del regista polacco e meno onirico di quello statunitense. Un accostamento più adatto, forse, è coi romanzi di Kafka e Murakami: c’è lo stesso realismo quotidiano che però, nei particolari più banali, è sempre pronto a creparsi in pieghe bizzarre e insondabili.

Due note di merito sono per l’ottima colonna sonora di Nicola Piovani e, soprattutto, per l’eccezionale fotografia di Vittorio Storaro (che di lì a poco avrebbe lavorato con Bertolucci e Coppola): in gran parte è merito di quest’ultimo, se le atmosfere del film sono così magnetiche e potenti in ogni frame.

elmi_ormeLa piccola Nicoletta (Elmi: sì, c’è anche lei, l’inquietante bambina rossa dei gialli).

A questo punto, per chi avesse voglia di recuperarlo, è disponibile nell’edizione DVD inglese (sempre in questa lingua, c’è anche completo su youtube: non so se legalmente o meno, quindi non metto il link). Non è una pellicola che metterei tra i migliori dieci titoli italiani degli anni 70 – del resto, è stato un decennio ricchissimo – ma, senza dubbio, per la sua peculiarità merita almeno una visione e una maggiore fama.

[recensione] These Final Hours.

these_final_hours_posterMentre la sala accanto era gremita di giovani fan del nuovo capitolo di Hunger Games, ieri sera insieme a pochi altri spettatori sono entrato in quella dove proiettavano These Final Hours di Zak Hilditch, film australiano di un regista quasi esordiente che la critica definisce un piccolo capolavoro. E a ragione, ho pensato uscendo dal cinema.

L’idea di partenza è la stessa di due film di qualche anno fa, Melancholia di Lars Von Trier e 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara: un meteorite (o un cataclisma del genere) sta per abbattersi sul nostro pianeta e all’umanità restano solo poche ore di vita. Hilditch, però, sviluppa questo spunto in modo molto più dinamico e interessante di entrambi i colleghi più navigati.

La struttura infatti è quella del road movie, con il dissoluto protagonista James impegnato in una sorta di viaggio di redenzione, mentre aiuta una bambina (la straordinaria – a dispetto del nome un po’ buffo – Angourie Rice) nella ricerca di suo padre.

Ma, ed è questa la forza della pellicola, non c’è nessuno spazio per sentimentalismi e retorica posticcia: il brutale realismo del contesto apocalittico – in cui quasi tutti perdono i propri freni inibitori o abbracciano la disperazione – e le scelte mai scontate dei personaggi creano una tensione continua, rendendo terribilmente familiare una situazione così estrema.

these_final_hoursA sinistra il sobrio amico del protagonista, a destra la bambina dal nome buffo.

In questo il film riesce benissimo dove gli altri due che ho citato falliscono, cioè nel tenerti avvinto al destino – pur segnato – dei protagonisti e, al contempo, farti riflettere su cosa faresti tu a poche ore dalla fine del mondo, dove vorresti essere, con quali persone. Una riflessione ambiziosa sull’umanità, insomma, che per una volta non nasce da un tronfio e noioso esercizio di stile autoriale ma da un film alla portata di tutti (esclusi i bambini, data la presenza di scene molto crude), con dialoghi vivi e credibili, un ottimo ritmo e una messa in scena magistrale.

Davvero, andate subito a vederlo prima che scompaia dalle sale: These Final Hours è uno dei film più ispirati e provocatori visti quest’anno, e di sicuro resterà fra i titoli più memorabili del 2014.

Tipi come noi (Three Squirt Dog).

tipi_come_noiIn un brano del mio libro che ho eliminato perché finiva per risultare troppo comico, alcuni dei protagonisti facevano una lunga discussione su questo romanzo: Tipi come noi di Rick Ridgway (Feltrinelli, 1996; ed. originale St. Martin’s Press, 1994). Avevo pensato di postare direttamente quella scena, ma essendo poco comprensibile senza aver letto i capitoli precedenti, mi limito a parlare un po’ del libro.

Io l’avevo scovato per caso in biblioteca, quando frequentavo il liceo. Al termine della lettura, ricordo di averlo passato a un amico che, escluse le letture scolastiche obbligatorie, non credo avesse mai preso in mano un romanzo. Tipi come noi invece lo divorò in tre giorni e poi mi diede il tormento per settimane affinché gliene consigliassi uno simile, restando però deluso di tutti gli altri titoli che gli proposi.

Cos’aveva di tanto eccezionale, questo libro? Il suo dono migliore era di sicuro quello di riuscire a raccontare l’amore, il sesso, l’amicizia e le esperienze di un gruppo di ventenni senza retorica e moralismi: la sua assenza di filtri e il suo linguaggio spregiudicato potrebbe accostarlo a un’altra opera simbolo degli anni 90, Trainspotting di Irvine Welsh, ma nella storia di Ridgway non ci sono cupe vicende di tossicodipendenza: soltanto un sano, incosciente, esasperato vitalismo.three_squirt_dog

Un romanzo irriverente fin dal titolo originale Three Squirt Dog (traducibile con “Cane da tre schizzi”), che si riferisce a quando il protagonista, Bud, incontra la sua ragazza dopo varie settimane di separazione durante le quali non si è mai masturbato. Lei, avendo le mestruazioni, gli fa un lavoretto di mano e lui, appunto, eiacula tre volte di seguito.

Un altro passaggio esilarante riguarda la partecipazione di suo fratello minore quindicenne, Omar, a una gara di scorregge durante una fiera di paese: tutto è descritto nei minimi particolari, con effetti davvero caustici. Un altro autore di riferimento di Ridgway, infatti, è Louis-Ferdinand Céline, del quale cita la scena di vomito collettivo durante l’attraversamento in nave della Manica di Morte a credito come “la più bella di tutta la letteratura di ogni tempo” (tra l’altro, io ho sentito nominare per la prima volta il grande scrittore francese proprio in Tipi come noi, altra cosa per cui sono grato all’autore).

Insomma, è un libro che ho adorato in ogni pagina, compreso il finale aperto e coerente con il selvaggio teen spirit che lo pervade. Purtroppo, non essendo più stato ristampato, ormai è reperibile solo su eBay o con molto fortuna in qualche biblioteca. Sarebbe bello se prima o poi comparisse una nuova edizione in ebook, per rileggerne le parti migliori con maggiore facilità, dato che ormai la mia copia è piuttosto sgualcita e coperta di annotazioni. E, naturalmente, per farlo conoscere ai teenager di oggi…