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La mia prima intervista.

brain_gremlinSpero che non abbiate bisogno di aprire questo link per capire da quale film è tratta l’immagine.

Qualche giorno fa, una gentile lettrice che ha lasciato una corposa recensione del romanzo su anobii mi ha anche inviato alcune domande. Dato che non contengono spoiler sulla trama e mi sembrano interessanti per chiunque desideri saperne di più sul libro, le incollo qui di seguito con le mie risposte.

1) Ho notato che, come musa ispiratrice per il tuo romanzo, fra i vari autori si annovera anche il nome di Murakami Haruki. Quanto c’è in Il tuo posto nella ragnatela dello scrittore giapponese?

A un livello più superficiale direi il grande numero di citazioni riguardanti musica e cibo, a uno più profondo la libertà da generi letterari predefiniti e la costruzione di un’atmosfera rarefatta, quasi onirica, a partire da dettagli realistici.

2) Com’è nata la storia?

Come ho scritto in un post precedente, l’idea di partenza proviene dalla mia tesi di laurea in Storia medievale sulla persecuzione alle streghe nel Nord Italia, poi filtrata – in gran parte – anche attraverso le mie esperienze adolescenziali (nel 1998, l’anno in cui è ambientato Il tuo posto nella ragnatela, avevo 17 anni come la maggior parte dei protagonisti).

3) E’ stato difficile e confusionario narrare la storia mediante diversi punti di vista?

In realtà no: uno degli aspetti più interessanti della scrittura (e spero anche della lettura) è stata proprio la decisione di variare il punto di vista in ogni capitolo, focalizzandolo di volta in volta su un personaggio differente. Uno dei miei romanzi preferiti, Dracula di Bram Stoker, deve gran parte del suo fascino e del suo successo proprio al fatto che è composto da stralci di diari, lettere, articoli di giornale e registrazioni stenografiche di molteplici autori. Nel mio caso, per mantenere fluida e ritmata la narrazione, ho scelto di conservare sempre la terza persona (tranne che nei capitoli del flashback) e di suggerire questa visione polifonica, appunto, cambiando il punto di vista interno.

4) Dalla trama del romanzo si deduce che la protagonista della storia sia Arianna. Leggendo il romanzo, invece, protagonista del romanzo non è un solo personaggio bensì questo gruppo di ragazzi. Da cosa è dipesa questa scelta?

Anche qui mi viene spontaneo citare Dracula (che del resto è un modello insuperabile per moltissimi romanzi successivi, non solo horror): volevo che Arianna fosse un po’ come il Conte, che si respirasse la sua presenza anche quando è assente o non si parla in modo diretto di lei; proprio come avviene nell’opera di Stoker, dove a conti fatti il vero protagonista appare poco in scena, ma la sensazione trasmessa è che sia nascosto in ogni riga.

5) Durante la stesura del romanzo ti sei rispecchiato in qualche personaggio particolare?

Tutti i ragazzi contengono qualche elemento autobiografico, ma solo in piccola parte. In realtà il mio preferito è Jason, uno dei pochi adulti, cui ho dato origini gallesi in onore degli anni che ho trascorso in quel paese. Per il resto, sia lui che gli altri sono assemblati in modo fittizio con tratti molto vari, inventati, di persone che conosco o che mi appartengono (ad esempio, un personaggio ama la corsa come me). L’unico reale al 100% è il cane husky: quello che compare nel romanzo è proprio identico al mio.

6) Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Per ora è una passione e un divertimento, un po’ come la corsa. Nessuna delle due attività credo si trasformerà mai in un mestiere a tempo pieno, però mi impegno a fondo in entrambe. Mi alleno con regolarità e ho partecipato ad alcune maratone; allo stesso modo, nel caso della scrittura, pur essendo il mio romanzo autoprodotto, ho lavorato moltissimo sul testo per dargli una qualità editoriale dignitosa.

7) Si dice che un romanziere non scrive mai tutto quello che sa sui suoi personaggi. I lettori non devono venire a sapere tutto. Alcuni aspetti è meglio che rimangono segreti fra lo scrittore e le sue creature. Anche per te è stato così con la stesura di Il tuo posto nella ragnatela?

In realtà io credo che, di un personaggio riuscito, nemmeno il suo creatore conosca tutto. Così come è impossibile sapere ogni cosa delle persone reali, sono le zone d’ombra a dare vera profondità a quelle immaginarie. Andando avanti nella stesura, mi sembrava sempre più che fossero i personaggi stessi a suggerirmi misteriosamente cosa avrebbero fatto, “ribellandosi” ad altri comportamenti – magari più logici – che volevo imporre loro. Soprattutto Arianna: gran parte delle parti eliminate riguardano lei, che “non ci si riconosceva” e “mi tormentava” per cancellarle (anche per questo, in origine compariva molto di più). Fatto adesso, questo discorso sembra un po’ psicotico anche a me, ma durante il processo di scrittura era davvero tangibile.

8) L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

Qui me la cavo con un link a un post già pubblicato sul blog.

9) Prendere volentieri a modello le persone che si conoscono, per i personaggi, è una cosa che fanno in pochi. Ma è pur vero che, così facendo, diventano più verosimili. Espressioni, gesti, portamenti, voce e, come per magia, prendono vita al punto che chi ne sente parlare o legge la storia riesce a “toccarli”. Anche tu hai preso come modello persone che conosci? Se si, quando scrivevi di loro riuscivi a percepirli con nitidezza?

Senza volerlo, ho già risposto nella 5.

10) Prima di scrivere il romanzo avevi realizzato una specie di scaletta in cui ti ponevi gli obiettivi che dovevi far raggiungere ai tuoi personaggi o, come sostengono molti autori, narravi la storia a seconda di ciò che i personaggi ti “sussurravano”?

Avevo solo l’idea di base e una vaga struttura in mente – che nel corso della stesura, insieme al titolo, si è definita meglio così – ma, per il resto, l’ho sviluppato senza una scaletta precisa. Se vogliamo è un altro punto in comune con Murakami, dato che ho letto in un’intervista che anche lui lavora nel secondo modo citato.

11) Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Il romanzo, a parte un lungo flashback, copre soltanto poche settimane della vita di Arienna, la cittadina dov’è ambientato, e dei suoi abitanti. Quindi, mi sono concentrato soprattutto sulle loro reazioni ai diversi avvenimenti, per lo più inaspettati e traumatici, cercando di definire caratteri credibili ma non banali, con la profondità di cui ho parlato prima.

12) Quali sono i tuoi progetti futuri? Scriverai qualche altro romanzo?

Sì, ho iniziato da poco un nuovo romanzo di ambientazione post-apocalittica, un filone piuttosto in voga di questi tempi, ma con uno scenario sconvolgente e mai visto prima (che, com’è ovvio, non svelo). L’idea infatti è quella di costruire una storia originale e libera da ristretti vincoli di genere come Il tuo posto nella ragnatela, però con l’ambizione di descrivere un mondo molto più ampio e complesso. Di conseguenza, prevedo che anche la stesura sarà più lunga dei pochi mesi che mi ha occupato il primo, dunque per ora non ho idea di quando riuscirò a completarlo.

Grazie ancora alla lettrice per le domande!

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[recensione] Le orme (Luigi Bazzoni, 1975)

poster_ormeNegli ultimi giorni non ho più trovato niente di interessante al cinema, ma in compenso ho rivisto questo enigmatico e misconosciuto film. Si tratta di uno dei pochi lavori di Luigi Bazzoni, autore del più noto La donna del lago del 1965 (uno dei primi gialli all’italiana, solo di un paio d’anni successivo alle pionieristiche e brillanti incursioni nel genere di Mario Bava e cinque anni prima dell’esordio di Dario Argento), tratto dal romanzo di Mario Fanelli Las Huellas, anch’esso misterioso poiché irreperibile ovunque (che sia inedito?).

La ragione della scarsa popolarità, anche fra gli appassionati, credo derivi dalla sua difficile classificazione: il suo ritmo lento e ipnotico non rientra nei canoni del thriller, non ci sono omicidi da risolvere come in un giallo, né i mostri o i serial killer di un horror.

In realtà, l’inizio potrebbe far erroneamente pensare a una pellicola di fantascienza: vediamo due astronauti, guidati da uno strano personaggio di nome Blackman (il sempre inquietante Klaus Kinski), che ne abbandonano un terzo a morire in solitudine sulla Luna. Ma è una falsa pista: si tratta di un film nel film, intitolato Sangue sulla Luna e visto anni prima della vera protagonista, che la tormenta con sogni e flash ricorrenti.

kinski_ormeIl misterioso Klaus.

Quest’ultima – la splendida Florinda Bolkan – è una traduttrice di origini portoghesi che vive e lavora a Roma. Proprio a causa di un problema con la consegna di una traduzione, realizza di non ricordare più nulla degli ultimi tre giorni. L’unico indizio è la cartolina stracciata di una località balneare di nome Garma – che nella realtà non esiste: le riprese sono state effettuate a Phaselis in Turchia. Così, non le resta che prendere un aereo…

Con la trama, per evitare ulteriori spoiler, mi fermo qui. L’abilità narrativa del regista sta tutta nel mantenere viva la suspense senza scene adrenaliche o raccapriccianti, ma solo dosando bene i molti dettagli inspiegabili come un puzzle a incastro, fino all’ultimo pezzo dell’angoscioso finale.

bolkan_ormeL’affascinante Florinda.

Per certi versi, sembra di vedere un film di Roman Polanski o David Lynch, anche se Bazzoni è meno morboso del regista polacco e meno onirico di quello statunitense. Un accostamento più adatto, forse, è coi romanzi di Kafka e Murakami: c’è lo stesso realismo quotidiano che però, nei particolari più banali, è sempre pronto a creparsi in pieghe bizzarre e insondabili.

Due note di merito sono per l’ottima colonna sonora di Nicola Piovani e, soprattutto, per l’eccezionale fotografia di Vittorio Storaro (che di lì a poco avrebbe lavorato con Bertolucci e Coppola): in gran parte è merito di quest’ultimo, se le atmosfere del film sono così magnetiche e potenti in ogni frame.

elmi_ormeLa piccola Nicoletta (Elmi: sì, c’è anche lei, l’inquietante bambina rossa dei gialli).

A questo punto, per chi avesse voglia di recuperarlo, è disponibile nell’edizione DVD inglese (sempre in questa lingua, c’è anche completo su youtube: non so se legalmente o meno, quindi non metto il link). Non è una pellicola che metterei tra i migliori dieci titoli italiani degli anni 70 – del resto, è stato un decennio ricchissimo – ma, senza dubbio, per la sua peculiarità merita almeno una visione e una maggiore fama.

Running.

Il capitolo 12 del mio romanzo, il mio preferito, è una lunga scena di corsa, sport che pratico con regolarità da quasi quattro anni (nel 2012 ho anche partecipato alla maratona di Losanna e l’anno scorso a quella di Milano, più varie mezze maratone). Ho iniziato per caso: portando ogni giorno il mio husky al parco, in ogni stagione mi trovavo circondato da runners di ogni età, alcuni con il cane a seguito. Così, un giorno di primavera ho pensato di provare anch’io e poi, senza quasi rendermene conto e senza mai essere stato prima un tipo particolarmente sportivo, dopo un mese correvo per un’ora cinque volte la settimana.

La corsa è uno sport adatto a tutti – bastano un paio di scarpe adatte, maglietta e pantaloncini e non richiede particolari requisiti fisici – ma non tutti sono adatti alla corsa, dato che, per praticarla con regolarità, necessita una certa predisposizione mentale che consenta di viverla come un piacevole rito giornaliero e non come un obbligo.

arte_di_correreQuesto concetto, insieme a molti altri, penso di averlo letto in L’arte di correre (Einaudi) di Haruki Murakami, uno dei libri più affascinanti sul tema. Certo, per molti – me compreso – è interessante perché si tratta soprattutto di una piccola autobiografia del grande autore giapponese, ma con il suo stile inimitabile dispensa anche moltissimi consigli e riflessioni sulla corsa che non si trovano nei soliti manuali tecnici.

A parte questi ultimi, in effetti, non si trovano molti libri sul tema. Per quanto riguarda la narrativa, oltre a quello di Murakami ve ne consiglio altri tre.ultramarathon_man

Il primo è un’altra autobiografia, Ultramarathon Man (Piemme) di Dean Karnazes, il famoso atleta americano di ultramaratone che corre ogni giorno 42 km. Si tratta di una lettura appassionante, specie quando descrive le sue imprese estreme e le motivazioni alla base della sua pazzesca routine, ma anche molto divertente, ad esempio all’inizio mentre mangia in corsa una gigantesca pizza all’ananas per reintegrare le energie perse.

Di tutt’altro genere è A perdifiato (Einaudi) di Mauro Covacich. Qui si tratta di un’opera di fiction, incentrata su un ex a_perdifiatomaratoneta italiano inviato in Ungheria per allenare un gruppo di giovani atlete. A dire il vero la trama l’ho trovata un po’ prevedibile, quasi da telenovela, ma lo stile di scrittura mi ha catturato con forza, tanto che Covacich è diventato subito uno dei miei autori italiani preferiti (tra l’altro anche nelle sue altre opere la storia mi delude sempre, ma come è raccontata mai).

Infine, uno dei romanzi che adoro di più inla_lunga_marcia assoluto: La lunga marcia (Mondadori, Sperling & Kupfer) di Stephen King. Pubblicato con lo pseudonimo “maledetto” di Richard Bachman, è uno dei primissimi che abbia scritto e geniale nella brutalità dell’idea di fondo: cento ragazzi devono correre una marcia interminabile; chi si ferma viene eliminato con un colpo di fucile; la corsa termina quando rimane un solo superstite. Nel suo implacabile meccanismo, è tra le storie di King più nere e metaforiche: sia che siate un fan del Re di Bangor sia che non lo amiate, questo romanzo non può comunque mancare nella vostra libreria (o nel vostro lettore ebook).

Se avete altri suggerimenti su romanzi in tema, scrivetemi o lasciate pure un commento.

La colonna sonora.

Con una tecnica mutuata da Bret Easton Ellis e in particolare dal suo capolavoro American Psycho, ma in realtà utilizzata anche da molti altri scrittori, nel mio romanzo ricostruisco il contesto adolescenziale dei tardi anni ’90 – quando io stesso frequentavo il liceo – citando a valanga film, libri, canzoni e marche del periodo. Anni in cui non esistevano i blog su wordpress ma soltanto le pagine personali di geocities caricate a scatti con un modem 56k, accanto ai lettori CD portatili si usavano ancora i Walkman con le musicassette, i videogiochi giravano sulla PlayStation 1 e sul Game Boy Color e i cellulari non erano ancora granché diffusi (nel mio libro probabilmente qualche personaggio ne possiede uno, ma non ha mai l’occasione di usarlo).

gameboycolorQuesto invece nel romanzo compare e viene anche utilizzato.

In particolare, dato il taglio cinematografico della narrazione con forte predominanza di scene visive, le canzoni rivestono un ruolo fondamentale, appunto come nei romanzi di Ellis ma anche di Haruki Murakami, per citare un altro autore verso cui ho un grosso debito. A tal proposito, ho creato una playlist su YouTube con tutti i brani, in ordine cronologico, che ascoltano i protagonisti:

Scorrendola, noterete che è molto composita: ci sono hit del periodo, grandi classici e pezzi meno noti. Alcune scelte si rifanno ai miei gusti personali – nel terzo capitolo uno dei personaggi ascolta la soundtrack di Until the End of the World (1991) di Wim Wenders, secondo me una delle migliori se non proprio la migliore in assoluto mai realizzata – ma soprattutto, proprio come in un film, ho cercato per ogni scena chiave il brano o i brani che ne rendessero al meglio l’atmosfera e gli stati d’animo.

Anche con accostamenti in apparenza improbabili: nel primo capitolo, ad esempio, si incrociano l’industrial metal dei Rammstein e la dance pop di Ann Lee. Se volete scoprire come, vi basta scaricare gratis l’anteprima qui, su Amazon o su Google Play.