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La festa del raccolto (Thomas Tryon, 1973).

tryon_raccolto1Senza dover risalire ai tempi di Poe e Lovecraft (e senza dimenticare i lavori del grande Richard Matheson), questo romanzo è uno degli esempi più brillanti di horror americano pre Stephen King, pubblicato giusto un anno prima del fulminante esordio di quest’ultimo con Carrie e, pochi anni dopo, fonte di ispirazione per il suo racconto I figli del grano del 1977.

L’idea alla base della storia, come in tutti i capolavori del genere, è semplice ed efficace: una giovane coppia con figlia adolescente, stanca della vita caotica di New York, decide di trasferirsi in una piccola comunità agricola del New England, all’apparenza idilliaca ma che in seguito – ovviamente – mostrerà il suo lato oscuro.

Un aspetto molto criticato del libro è la sovrabbondanza di particolari e l’eccessiva meticolosità con la quale, in lunghe e spesso estenuanti descrizioni, Tryon dipinge la vita quotidiana del villaggio, prima della brusca svolta horror nel finale. Di solito, romanzi del genere li abbandono a metà, ma in questo caso la perizia dell’autore nella costruzione dello stato di inquietudine del protagonista, letteralmente un granello di sabbia alla volta, mi ha impedito di posare il volume (che infatti ho divorato in tre o quattro giorni).tryon_raccolto2

Una fiducia che del resto viene ben ripagata nell’ultima parte, dove anche i dettagli più banali e i personaggi più innocui si rivelano parte di un mosaico spaventoso: ho adorato il modo beffardo con cui l’autore rovescia vicende da romance alla Barbara Cartland dentro un incubo vivente degno di Clive Barker.

Purtroppo, dopo l’edizione di Mondadori del 1974, da noi questa piccola gemma non è più stata ristampata, quindi potete recuperarlo solo su ebay (al momento ci sono parecchie copie a poco prezzo) o, con un po’ di fortuna, in biblioteca. Se poi trovate affascinanti temi e atmosfera del romanzo, vi consiglio anche uno straordinario film dello stesso anno, The Wicker Man.

Fonti di ispirazione: Tiziano Sclavi.

Avevo circa dieci anni quando lessi il mio primo Dylan Dog, preso in prestito da uno zio mentre mi trovavo in vacanza al mare. Fino a quel momento l’unico fumetto che apprezzavo era Braccio di Ferro (Topolino, anche da piccolo, mi sembrava troppo infantile), mentre il giorno dopo costrinsi mia madre a comprarmi tutti i Dylan che trovai in edicola, inedito e ristampe, più vari arretrati.

uomini_perdutiQuel primo albo era lo Speciale N°5, La casa degli uomini perduti. Oltre che del personaggio dell’Indagatore dell’incubo, mi innamorai subito dell’idea di base, cioè un geniale capovolgimento del classico tema della casa infestata. Allora, naturalmente, non conoscevo ancora capolavori come La casa stregata di H.P. Lovecraft e La casa d’inferno di Richard Matheson (la fonte d’ispirazione più diretta di quel numero), ma la bravura di Sclavi nel prendere i cliché più abusati del cinema e della letteratura dell’orrore e poi stravolgerli in modo ironico e inatteso sarebbe diventata la cosa che più ricercavo negli albi di Dylan.

Sempre quello zio, qualche anno più tardi, mi passò anche Dellamorte Dellamore. In quel periodo leggevo solo autori stranieri, soprattutto americani, perché quelli italiani – complici le letture scolastiche obbligatorie – per me erano sinonimo di noia, moralismo e pedanteria. Quel libro in effetti lo aprii soltanto perché ritrovai il nome dell’autore di Dylan Dog in copertina e, come accadde per il suo fumetto, mi appassionai subito anche allo Sclavi romanziere.

A parte, per quegli anni, l’originalità del tema – un’epidemia di zombi in una piccola cittadina di dellamorte_dellamoreprovincia del Nord Italia – mi colpì soprattutto il linguaggio: tagliente, sincopato, con periodi brevissimi e una forma che ricordava più una sceneggiatura cinematografica, che una tradizionale opera in prosa. Eppure, con la sua forza evocativa, risultava molto più coeso e potente di quello dei soliti autori prolissi di ascendenza manzoniana.

Una capacità di sintesi, degna di un regista che non monta mai un’inquadratura superflua, che ho ammirato in tutti gli altri suoi romanzi, fino all’ultimo Il tornado di Valle Scuropasso, stupendo thriller sci-fi che nella sua brevità ha un respiro più ampio di certe saghe lunghe sei volumi. Nella ricerca dello stile di scrittura del mio, di libro, devo davvero molto a Tiziano e ad altri maestri del “less is more” come Dino Buzzati e Giorgio Scerbanenco: tra le varie stesure, la lunghezza de Il tuo posto nella ragnatela si è ridotta quasi di un terzo.

Oltre che su Dylan Dog, spero che Sclavi torni presto anche con un nuovo romanzo. Probabilmente è vero che, come ripete spesso, tutte le storie sono già state raccontate, ma come le raccontava lui ci manca davvero.